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  scopriamo Firenze  
     
  Firenze nella poesia del Novecento  
     
 

FIRENZE di Dino Campana

 

Entro dei ponti tuoi multicolori
L'Arno presago quietamente arena
E in riflessi tranquilli frange appena
Archi severi tra sfiorir di fiori
Azzurro l'arco dell'intercolonno
trema rigato tra i palazzi eccelsi:
Candide righe nell'azzurro: persi
Voli: su bianca gioventù in colonne.
 
FIRENZE VECCHIA di Dino Campana

 

Ho visto il tuo palazzo palpitare
Di mille fiamme in una sera calda
O Firenze, il magnifico palazzo.
Già la folla à riempito la gran piazza
E vocia verso il suo palazzo vecchio
E beve la sua anima maliarda.
La confraternita di buona morte
Porta una bara sotto le tue mura:
Questo m'allieta questo m'assicura
Della tua forza di contro alla morte:
Non bruciano le tue ferree midolla
I tempi nuovi e non l'amaro agreste
Delle tue genti: in ricordanze in feste
L'àspero sangue sotto a te ribolla.
O ferro o sangue o fiamma è tutto fuoco
Che brucia la viltà dentro le vene!
A te dai petti e dalle gole piene,
Di gioia e forza un'inesausta polla!
 
LA CITTA' di Pablo Neruda


Una delle tre poesie che il poeta dedicò a Firenze durante il suo soggiorno del 1951

E quando in Palazzo Vecchio, bello come un'agave di pietra,
salii i gradini consunti, attraversai le antiche stanze,
e uscì a ricevermi un operaio, capo della città, del vecchio fiume, delle
case tagliate come in pietra di luna, io non me ne sorpresi: la maestà del
popolo governava.
E guardai dietro la sua bocca i fili abbaglianti della tappezzeria, la
pittura che da queste strade contorte venne a mostrare il fior della
bellezza a tutte le strade del mondo.
La cascata infinita che il magro poeta di Firenze lasciò in perpetua caduta
senza che possa morire, perchè di rosso fuoco e acqua verde son fatte le sue
sillabe.
Tutto dietro la sua testa operaia io indovinai.
Però non era, dietro di lui, l'aureola del passato il suo splendore: era la
semplicità del presente.
Come un uomo, dal telaio all'aratro, dalla fabbrica oscura, salì i gradini
col suo popolo e nel Vecchio Palazzo, senza seta e senza spada, il popolo,
lo stesso che attraversò con me il freddo delle cordigliere andine era lì.
D'un tratto, dietro la sua testa, vidi la neve, i grandi alberi che
sull'altura si unirono e qui, di nuovo sulla terra, mi riceveva con un
sorriso e mi dava la mano, la stessa che mi mostro il cammino laggiù lontano
nelle ferruginose cordigliere ostili che io vinsi.
E qui non era la pietra convertita in miracolo, convertita alla luce
generatrice, né il benefico azzurro della pittura, né tutte le voci del
fiume quelli che mi diedero la cittadinanza della vecchia città di pietra e
argento, ma un operaio, un uomo, come tutti gli uomini.
Per questo credo ogni notte del giorno, e quando ho sete credo nell'acqua,
perchè credo nell'uomo.
Credo che stiamo salendo l'ultimo gradino.
Da lì vedremo la verità ripartita, la semplicità instaurata sulla terra, il
pane e il vino per tutti.
 
POETA IN FIRENZE di Carlo Betocchi

 

Non fu nella mia casa: era un tetto
d'albergo, sull'Arno. La gronda
come una gota tonda, infantile
ma che trascolorasse di ruggine;
pretto era il castagno dei correnti.
Era, sorretta dai melanconici
anelli, linea che si fa curva
per sfuggirsi, e al fresco
appoggiava la guancia remota
dei venticelli del fiume.
Nell'asciutta mattina la lamiera
opaca d'intime specchiature,
vernice e ruggine senza riflessi,
in una lunga linea di desiderio
volta alle colline, con i tetti
del lungarno, freddi nello stesso freddo.
Senza un volo che ne spiccasse,
senbza un nido, sulla cerulea
corrente del fiume, mentre il freddo
la varcava, e gli zoccoli dei cavalli
si rimandavan l'eco dalle rive.

 

 
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